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2026 La divisione alpina Monterosa - Associazione Nazionale Alpini Sezione di Conegliano

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2026 La divisione alpina Monterosa

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STORIA
Fiamme Verdi Luglio 2026 di Gen. B. (ris) Antonino Inturri
LA DIVISIONE ALPINA “MONTEROSA”
PROLOGO
Recentemente uno storico della Resistenza ha affermato che “la memoria non può essere condivisa, ma è confrontabile”.
Nel dramma delle scelte – e del posizionamento anche ideologico – vissuto all’indomani dell’8 settembre da centinaia di migliaia di militari e di giovani coscritti, appare utile tornare a parlare degli alpini della Divisione Monterosa nella prospettiva di una ormai improcrastinabile riconciliazione, contestualizzandone la storia e le vicende all’interno di quel periodo storico.
Non per condividerne o giustificarne le scelte, ma per conoscere, capire, riflettere e ricordare il sacrificio di quanti, pur se su sponde opposte, indossarono con dignità il Cappello Alpino.

IL CONTESTO
Anno 1943. Tre date – 25 luglio (fine di Mussolini), 8 settembre (Armistizio di Cassibile), 12 settembre (liberazione del Duce dalla prigionia del Gran Sasso e la nascita della Repubblica di Salò) – scandiscono la conclusione di un’Era (quella Fascista) e l’inizio di una Tragedia (la Guerra Civile).
Questione centrale per il Governo di Salò è quella di costituire un esercito che affermi la legittimità della Repubblica Sociale (RSI) e che affianchi l’alleato tedesco per riscattare “l’onta del tradimento”.
Secondo il maresciallo Rodolfo Graziani deve essere un “esercito a base nazionale, apolitico, con quadri esclusivamente volontari e truppe in gran parte volontarie, inquadrate in uno Stato il più possibile liberale e democratico” così da evitare, nelle intenzioni, la guerra civile.

PERSONALE E RECLUTAMENTO
Il proposito iniziale è quello di reclutare il personale idoneo alla formazione di quattro divisioni (tre di fanteria più una alpina, circa 57000 uomini) traendolo dalla massa degli oltre 650.000 Internati Militari Italiani (IMI) detenuti in Germania al fine di non procedere alla coscrizione obbligatoria inizialmente ritenuta da Mussolini e Graziani inopportuna e difficile da realizzare.
Il maresciallo ne parla direttamente a Hitler, Keitel e Jodl a Rastenburg. Riceve un secco rifiuto.
Gli internati sono ritenuti assolutamente inaffidabili e considerati essenzialmente “Badogliotruppen”: il Führer esige il reclutamento delle classi più giovani, quelle del 1924, 1925, 1926, 1927.
Dagli IMI che aderiscono alla RSI, firmando una “dichiarazione d’impegno” più “per debolezza fisica, per tornare in Italia e darsi alla macchia e, anche, per fede fascista”, vengono tratti poco più di 13.000 uomini da impiegare come istruttori per le quattro divisioni da addestrare in Germania.
Salò cede e il 16 ottobre, il giorno stesso della firma degli “Accordi fondamentali per la ricostruzione delle forze armate italiane” tra il generale Walter Buhle, capo di stato maggiore di Keitel, e il segretario generale dell'esercito di Salò, Emilio Canevari, vengono emanati i bandi di reclutamento per l’ultima aliquota della classe del 1924 e l’intera classe 1925. Il 9 novembre, viene pubblicato l’ordine di chiamata alle armi: devono presentarsi ai distretti tutti i militari appartenenti alle classi 1923 e 1924 nonché “tutti gli appartenenti alla classe 1925 della leva di terra!”.

L’ADDESTRAMENTO
Autunno 1944.
Nei campi di addestramento in Germania, si contano 57498 uomini, di cui 13100 IMI (distribuiti in nuclei di 3000 istruttori per Divisione) e 44398 provenienti dall’Italia.
Ci sono volontari passati con i tedeschi dopo l’8 settembre – alcuni per convinzione, molti altri per scelta morale e non politica – ma la stragrande maggioranza è composta da giovani precettati con le leve, reclute nella fascia di età 19-21 anni, richiamati, renitenti catturati, e anche “partigiani rastrellati e perdonati”, tutti fatti affluire in Germania tra la fine di gennaio e il febbraio 1944.
Mussolini in persona decide natura, nome e numero d'ordine delle quattro divisioni: la IV divisione sarà alpina, la “Monterosa”, da addestrare nel campo di Münsingen, piccolo centro del Württemberg, fra Ulm e Stoccarda, a circa seicento metri di altitudine, conosciuto anche come “Kleine Siberien”, Piccola Siberia, “cielo quasi sempre tetro, neve, gelo, vento”.
Si procede con l’esecuzione di esercitazioni sul terreno volte a perfezionare l’addestramento tattico a livello squadra e l’uso delle armi in modo da acquisire “un vero e proprio automatismo, che permetta di adoperare le armi solo nel modo più redditizio”.
Uno dei militari, Umberto Marianelli, nonostante non sia né intriso di retorica fascista né allineato al fascismo repubblicano, riconosce “che la preparazione è stata infernale, ma efficace. Siamo dei veri soldati. La tattica tedesca è perfetta”.
Le condizioni di vita dei soldati italiani sono però pessime e gli istruttori tedeschi, bavaresi e austriaci, sono animati da sentimenti di odio e di rancore. Si soffrono il freddo e soprattutto la fame.
Fango e pioggia sono le costanti che accompagnano l’addestramento e il vitto è scarso: zuppa di miglio, pappe d’orzo e avena, una manciata di cetrioli, patate nere, pane nero, margarina.
Il Generale Carloni con la scorta del Capitano Italo Simonitti e della
Gendarmeria Divisionale (archivio Monterosa)
Trasporto di obici da 75_13 in quota con i muli
L’IMPIEGO
Agli inizi di luglio, la IV Divisione Alpina “Monterosa” è pronta per essere schierata in Italia con una forza di 453 Ufficiali e 16646 uomini, dei quali l’80% reclute, con una articolazione che prevede un comando di divisione e i reparti divisionali; due reggimenti alpini, il 1° reggimento con i battaglioni Aosta, Bassano e Intra e il 2° reggimento con i battaglioni Brescia, Morbegno e Tirano; il battaglione complementi Ivrea, fuori quadro e con organico speciale; un reggimento di artiglieria alpina con i gruppi Aosta, Bergamo e Vicenza someggiati e il gruppo Mantova ippotrainato.
Il comandante è il generale di brigata Mario Carloni, napoletano, cinquantenne, già comandante del 6° rgt. bersaglieri in Russia. Catturato dopo l’8 settembre, deportato in Germania e liberato poco dopo in quanto decorato della croce tedesca in oro, viene inviato a Berlino presso la Missione Militare in Germania. Assume il comando della Monterosa il 16 luglio 1944, giorno nel quale Mussolini passa in rassegna la divisione alla vigilia della partenza per l’Italia, consegnando alla grande unità la Bandiera di Guerra e dichiarando: “La Divisione Monterosa è e rimarrà una Divisione di ferro!”.
Dalla seconda metà del luglio ’44, la “Monterosa” entra in Italia e viene schierata non a sud, contro il nemico anglo-americano come sbandierato dal regime fascista, ma lungo la Riviera Ligure di Levante a presidiare le coste in funzione antisbarco e per proteggere le vie di comunicazione fra la Liguria e la Pianura Padana che ne costituiva la retrovia e dalla quale affluivano i rifornimenti.
L’azione partigiana è già intensa e la Monterosa viene impiegata in azioni di pattugliamento per tenere liberi i collegamenti con la Lombardia e la Linea Gotica. Il rientro non è quello sperato dagli alpini. Niente folle festanti, niente applausi, volti e sguardi stanchi e affranti, indifferenza e freddezza.
Ma anche urla e insulti, provocazioni e istigazione alla diserzione che causano reazioni scomposte e a volte violente dei reparti fino ad arrivare alla fucilazione di diversi civili. La sollecitazione alla diserzione raccoglie comunque non pochi aderenti.
Tra le cause, vi sono la già citata ostilità della popolazione, la mancata corresponsione del soldo, il disastroso stato dell’equipaggiamento,
ma quella che pesa più di tutte è “la sensazione di avere il vuoto dietro di sé e non la Patria”. Il generale di fanteria Ott, ispettore dei gruppi di addestramento tedeschi presso le divisioni fasciste, scrive a metà settembre: “Il numero dei disertori della divisione “Monte Rosa” è di 1015 (5,5%). I disertori sono per lo più studenti richiamati”.
Il fenomeno continua nei mesi seguenti. Tra ottobre e dicembre del ’44 fughe, arresti, condanne e fucilazioni si susseguono senza peraltro frenare l'emorragia di defezioni che vanno a ingrossare le fila dei “banditi”, culminando, nel novembre dello stesso anno, nel passaggio di tre delle quattro compagnie del battaglione “Vestone” nelle fila della 3^ divisione garibaldina “Cichero”.
Mussolini chiede con insistenza di impiegare gli Italiani in prima linea. All’indomani dello sbarco alleato sulle coste della Francia meridionale, la Divisione viene frammentata con battaglioni inviati sul fronte occidentale, altri vengono dislocati in Garfagnana, i rimanenti reparti rimangono in Liguria.
In Garfagnana, gli alpini della Monterosa si trovano di fronte il Corpo di Spedizione Brasiliano (FEB - Força Expedicionária Brasileira).
Gli Alleati non dovevano tenere in alta considerazione le capacità degli italiani e speravano quindi di ottenere un facile successo. In effetti, il 28 ottobre i brasiliani riescono a sfondare la linea di resistenza tenuta da una compagnia dell’Aosta, ma due giorni dopo un convinto e poderoso contrattacco riporta alla situazione di partenza.
Poco dopo, la FEB viene avvicendata dalla 92^ divisione USA “Buffalo” composta da soldati di colore guidati da ufficiali bianchi. Il capo di stato maggiore statunitense Marshall aveva dato ordine alla 5^ Armata di impiegare tale unità per ragioni di prestigio e dare ai suoi componenti una facile soddisfazione.
Ma anche i “Buffalo” vengono respinti più volte dalle aggressive azioni degli alpini e costretti a precipitose ritirate. Visti i successi, si pianifica una puntata locale in profondità, combinata con unità tedesche e della “Monterosa” in modo da prevenire il trasferimento di forze alleate da utilizzare in altre aree operative. L’attacco ha inizio alla mezzanotte del giorno di Natale e vengono impiegati complessivamente 4600 uomini. La prima linea dei “Buffalo” viene travolta, lasciando ai partigiani l’onere di rallentare la progressione degli attaccanti, mantenendo il contatto con gli alpini senza impegnarsi in combattimento.
I monterosini sono avanzati di oltre otto chilometri attraverso le linee alleate, conquistando un bottino di tutto rispetto: centinaia di mitragliatrici, mortai, bazooka, armi individuali, una grande quantità di viveri, tabacco, vestiario oltre a una buona dose di entusiasmo.
Come descritto da Virgilio Ilari, a metà gennaio del ’45 la “Monterosa” viene destinata a rinforzare il “Vallo Alpino Occidentale” e la divisione bersaglieri “Italia” a sostituirla in Garfagnana. La priorità rimane comunque quella di opporsi agli Alleati e di interdire loro le vie di rifornimento e non la lotta contro i partigiani sebbene questa sia una conseguenza delle loro azioni di guerriglia e di sabotaggio.
Tra il novembre del ’44 e il febbraio del ’45 pattugliamenti e rastrellamenti fanno da contraltare agli attacchi e alle azioni di guerriglia delle bande partigiane descritte tra gli altri da Mario Giovana, storico della Resistenza ed egli stesso partigiano e testimone diretto di quel frangente, nel suo libro “Storia di una formazione partigiana nel Cuneese”.
A fine febbraio, completato lo schieramento, si procede all’avvicendamento dei comandanti: il generale Carloni assume il comando dell’”Italia” mentre alla “Monterosa” si insedia il colonnello Milazzo che può ora disporre di circa 10000 uomini (erano circa 19000 alla sua partenza da Münsingen alla fine di luglio del 1944!) e di una unità di controguerriglia, il battaglione Cadore costituito a Conegliano.
La guerra si avvicina alla sua conclusione. Le formazioni partigiane, grazie anche ai continui rifornimenti alleati, finiscono per stringere intorno agli alpini una morsa inesorabile.

EPILOGO
Inevitabile, giunge la fine. I gruppi italiani di combattimento “Legnano” e “Friuli” con i polacchi di Anders liberano Bologna e l’ordine di ripiegare raggiunge la “Monterosa” in Piemonte.
Il 29 aprile molti reparti sono in ritirata e iniziano ad arrendersi ai partigiani in Liguria mentre in Garfagnana e sul fronte delle Alpi Occidentali consegnano le armi a brasiliani e americani che concedono loro la resa con l’onore delle armi, trattando i monterosini come normali prigionieri di guerra. Molti subiscono invece arresti, condanne, fucilazioni e uccisioni tanto che questa fase appare come un vae victis!* in piena regola.
Le vicende della “Monterosa” terminano qui. A guerra finita, cominciano quelle giudiziarie e delle disquisizioni se i militari della divisione debbano essere considerati combattenti di pieno diritto o irregolari.
Coloro che non finiscono in carcere e tornano a casa si trovano ridotti a cittadini senza diritti sia davanti all’opinione pubblica che di fronte alla Legge. Inizia una nuova guerra per riprendere posto nella vita civile e provvedere alle prime necessità materiali rese possibili grazie soprattutto al sostegno e alla solidarietà che si diffondono tra i reduci monterosini.

CONCLUSIONI
La memoria la si può e la si deve confrontare, contestualizzando fatti, ruoli e responsabilità di ciascuno, condannando quanti, da una parte e dall’altra, si sono macchiati di crimini e di delitti e nella considerazione che la guerra, e ancor più la Guerra Civile, quella più difficile e più tragica nella sua profonda crudeltà, annichilisce uomini e coscienze.
Coraggiosamente, e precorrendo i tempi, l’Associazione Nazionale Alpini con il Verbale del 27 maggio 2001 decretò: “L’Assemblea dei Delegati, preso atto e confermata la validità di tutto quanto precedentemente deliberato in merito alla Divisione Monterosa e altri simili della Repubblica Sociale Italiana, dichiara e riconosce che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto Alpino, in qualsiasi momento della storia d’Italia, e quindi anche dal 1943 al 1945, poiché hanno adempiuto il comune dovere verso la Patria, siano considerati Alpini d’Italia.”
È quanto Luciano Viazzi – indimenticato storico “non accademico” degli Alpini e lui stesso Alpino della Sez. Valcamonica – scriveva nel 1978 nell’introduzione al suo libro “Alpini” nella quale affidava all’epica leggendaria del Corpo “anche il ricordo di coloro che dopo il tragico settembre 1943, con la penna sul cappello, scelsero la trincea della parte perdente: ricordare anche loro significa rendere ancora onore a quanti, in purezza di ideali, penna sul cappello, scelsero l’altra parte della trincea”.
La guerra civile è finita ottant’anni fa.
È giunto il momento che finisca anche quella dentro di noi.

Bibliografia
Internati Militari Italiani (IMI) - Fiamme Verdi – Anno LXIII n.1/3 luglio 2023
Giampaolo Pansa – “L’Esercito di Salò” – Mondadori 1970.
AUSSME, I 1, b. 1, f. 6, nominativi delle divisioni, 23 marzo 1944.
Carlo Cornia – “Monterosa” – Ermanno Albertelli Editore – 1998. La prima edizione del libro è del 1971 pubblicata a cura dei veterani della Divisione Monterosa.
Colonnello Carlo Fedi – “Note sulla preparazione delle divisioni italiane in Germania” – autunno 1944.
U. Marianelli, Noi vinti, Caparrini, Empoli 1960, pp. 36 e 44.
Stefano Gillerini – “Una lotta peggiore di una guerra” – Storia dell’Esercito della RSI – UNIFI 2021.
Luciano Viazzi – “Gli Alpini “– 1978 Ciarrapico Editore
Virgilio Ilari “L’impiego delle Forze Armate della RSI” – L’Italia in guerra – Commissione Italiana di Storia Militare - SMD Roma 1995
Alpini di presidio al Passo del Pennice dotati di MG 42
Mussolini passa in rassegna la Divisione
(foto Istituto Luce)
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