2026 Il risveglio dell'Orcolat
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50 ANNI DAL TERREMOTO IN FRIULI
IL RISVEGLIO DELL'ORCOLAT
Fiamme Verdi Luglio 2026 di Gino Ceccherini
Il 6 maggio 1976, alle ore 21:00, una scossa di magnitudo 6.5 della scala Richter, durata 59 interminabili secondi, con epicentro il monte San Simeone, sconvolse il Friuli, causando quasi 1.000 vittime, oltre 3.000 feriti e lasciando più di 100.000 persone senza tetto. In quel momento tragico, il risveglio dell'Orcolat (l'orco della tradizione popolare friulana associato ai terremoti), segnò l'inizio di una delle più straordinarie pagine di solidarietà e operosità della storia italiana, che vide come protagonisti assoluti gli Alpini, sia quelli in armi che i volontari dell'Associazione Nazionale Alpini.
- Gli "Angeli in Grigioverde": l'intervento immediato dell'Esercito
Nelle ore immediatamente successive al sisma, i soldati dell'Esercito Italiano, e in particolare le truppe alpine già stanziate sul territorio, si trasformarono da potenziali vittime in primi soccorritori. Nonostante la distruzione di caserme storiche, come la "Goi Pantanali" di Gemona dove perirono decine di commilitoni, i militari reagirono con prontezza.
- L'impegno dell'Esercito fu imponente e capillare:
Forze impiegate: Furono mobilitati complessivamente 14.144 soldati, di cui oltre 4.600 erano specificamente inquadrati nelle truppe alpine (314 ufficiali, 356 sottufficiali e circa 4.000 graduati e militari di truppa). Già il 7 maggio del 1976 la Julia costituì un centro operativo di soccorso, responsabile di un'area di oltre 2 mila chilometri quadrati.
- Supporto logistico
Vennero allestite 17.872 tende per garantire 116.000 posti letto, distribuite 64 tonnellate di medicinali e impiegate 54 cucine da campo. Nei quattro mesi che seguirono furono distribuite oltre 114 mila razioni di viveri, allestite 73 tendopoli, montate 4500 tende e stesi 100 chilometri di linee telefoniche.
- Mezzi e infrastrutture
Furono utilizzati 2.616 automezzi e 64 elicotteri, fondamentali per raggiungere le zone isolate dell'alta Carnia. I militari ricostruirono inoltre 8 ponti e bonificarono pareti rocciose pericolanti.
Oltre al soccorso materiale, gli Alpini della Brigata "Julia" svolsero un ruolo morale insostituibile. Insieme ai parroci locali gli ufficiali furono determinanti nel convincere la popolazione stremata a non abbandonare le proprie terre dopo le violente repliche di settembre, garantendo che il Friuli sarebbe rinato "dov'era e com'era".
- L'Associazione Nazionale Alpini e il "Miracolo" dei Cantieri
Se l'Esercito gestì l'emergenza, i volontari dell'ANA furono il motore della ricostruzione. Già il 15 maggio 1976, l'ANA approvò un piano d'intervento che portò all'istituzione di 11 cantieri di lavoro, coinvolgendo sezioni da tutto il Centro-Nord Italia.
L'opera dei circa 15.000 volontari dell'ANA fu metodica ed efficiente: In soli 100 giorni furono riparate 3.280 case e ripristinati 76 edifici pubblici.
Vennero rifatti 63.000 metri quadrati di tetti per un totale di oltre 108.000 giornate di lavoro prestate gratuitamente.
I comuni interessati dai cantieri inclusero Gemona, Osoppo, Buja, Majano, Moggio Udinese, Pinzano al Tagliamento e molti altri della zona pedemontana. Il Cantiere ANA n. 10 di Pinzano al Tagliamento rappresenta uno degli esempi più fulgidi di come l'organizzazione degli alpini in congedo abbia saputo trasformare la solidarietà in efficienza ricostruttiva.
- L'organizzazione del Cantiere n. 10
Situato in una posizione strategica lungo il fiume Tagliamento, il cantiere di Pinzano fu il punto di riferimento per la ricostruzione di un comune classificato come "disastrato". La base operativa venne stabilita presso la cosiddetta "casermetta" ai piedi del Col Pion, una struttura militare originariamente destinata ai fanti d'arresto durante la Guerra Fredda.
Il cantiere vide la partecipazione attiva di volontari provenienti dalle sezioni di Pordenone, Conegliano, Treviso, Vittorio Veneto, Valdagno, Imperia e Savona.
Il cantiere operò con squadre specializzate composte da muratori, carpentieri, idraulici ed elettricisti, affiancati da numerosi manovali. Oltre alla riparazione di centinaia di abitazioni private, gli alpini si occuparono dello sgombero delle macerie, del ripristino di tetti e della messa in sicurezza di pareti rocciose pericolanti. Un momento particolarmente drammatico vissuto al Cantiere n. 10 fu quello del 15 settembre 1976. Quel giorno era stata organizzata una festa in piazza a Pinzano per celebrare la chiusura dei cantieri e la fine dei lavori programmati. Proprio mentre la popolazione, gli alpini, il Corocastel di Conegliano erano riuniti, si scatenò la nuova violenta scossa di magnitudo 6.1.
Paradossalmente la festa salvò molte vite, poiché la gente si trovava all'aperto per la cerimonia, i crolli delle case già danneggiate non causarono vittime tra i residenti. Nonostante il terrore, la testimonianza dei presenti narra di una tenacia incredibile: dopo lo smarrimento iniziale, la fanfara ed il coro ripresero a suonare ed a cantare, per infondere coraggio alla popolazione.
- La fiducia internazionale e la nascita della Protezione Civile
L'efficienza e la trasparenza degli Alpini furono tali che il Governo degli Stati Uniti, desideroso di aiutare la ricostruzione senza che i fondi si disperdessero, affidò direttamente all'ANA la gestione di circa 53 milioni di dollari. Con questi fondi vennero realizzati centri residenziali per anziani e scuole in numerosi comuni, operando con una trasparenza amministrativa lodata dal Senato americano.
Questa esperienza collettiva, coordinata dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, pose le basi per la nascita della moderna Protezione Civile italiana.
Per l'eccezionale valore dimostrato, l'Associazione Nazionale Alpini venne insignita della Medaglia d'Oro al Valor Civile.
Il Friuli di oggi è il risultato di quella "scuola di volontariato" nata tra le macerie del 1976. Grazie allo spirito degli Alpini, capace di unire silenzio operoso, umanità e competenza tecnica, la ricostruzione fu completata in tempi record: già nel 1980, molti comuni avevano inaugurato nuove scuole e sedi municipali, restituendo dignità e futuro a una terra ferita ma mai doma.

Effetti del terremoto del 6 maggio 1976. E’ ben visibile la notevole estensione dell’area con diffusi effetti distruttivi (≥VIII grado MCS) (fonte: DBMI11)

Veduta aerea di Venzone - Foto di Pino Usicco

Veduta aerea di Gemona - Foto di Pino Usicco