7° ALPINI


Dicembre 1966

STORIA DEL 7° ALPINI

Il «Feltre» all’avanzata in Grecia

inizio
(21a puntata della storia del 7° Alpini)

Alla morte del col. Psaro il Comando del Settimo venne assunto interinalmente dall’aiutante maggiore in 1° ten. col. Giovanni Lucchitta, fino alla designazione del col. Amedeo Frati il quale giunse al reggimento il 15 dicembre 1940.
Il battaglione «Feltre», ricostruita la 65° compagnia il cui comando venne affidato al ten. Motta, realizzò con successo il 19 dicembre - con un plotone della 66° - un colpo di mano sulle posizioni di q. 1646 allo scopo di prevenire una azione nemica da Ciafa Devris.
La preponderanza greca continuava però a premere malgrado le gravissime perdite di uomini, e ciò per la possibilità dell’avversario di maggiormente fruire della sua perfetta conoscenza del terreno e di un più adeguato rifornimento di mezzi e specialmente di truppe fresche.
La zona di Cerevoda venne dal comando di reggimento divisa in due sottosettori, e quello nord venne assegnato al «Feltre» del magg. Scaramuzza il quale disponeva pure dell’85° battaglione camicie nere e di un battaglione di formazione del 139° fanteria.
Verso mezzogiorno del 23 dicembre i greci attaccarono con veemenza incuneandosi al centro dello schieramento occupando Radish e puntando verso q. 1179, ma il magg. Scaramuzza guidò il contrattacco delle camicie nere con le quali riuscì a riconquistare la posizione perduta, anche se a prezzo di sensibili perdite umane.
All’imbrunire l’avversario ritentò di raggiungere Ciafa Mallasit per altra via, ma due plotoni della 65° riuscirono a bloccare e catturare il nemico con l’ausilio anche del gruppo «Lanzo» di artiglieria alpina.
Su quota 1217 operavano intanto la 64° compagnia e la 66°, e l’insieme del battaglione riuscì a portarsi sulla più elevata Ciafa Sirakut bloccando la provenienza da Val Tomoreza e schierandosi a difesa del Tomori.
Fortificata la difesa dalla cima del Tomori all’Osum, il «Feltre» ebbe a compiere numerosi audaci colpi di mano tra i quali quello elogiatissimo del 27 gennaio, su quota 1598, quando la 64° compagnia e il plotone arditi piombarono sul nemico ponendolo in fuga e catturando prigionieri e materiali.
L’8 febbraio il « Feltre» - assai depauperato nell’organico - venne richiamato in linea nel settore dello Spadarit ove la situazione si era particolarmente aggravata.
In poche notti di febbrile lavoro vennero approntate - nelle zone di Vendrescia e di Muri - adeguate postazioni e ripari, finché si giunse al 13 febbraio quando i greci attaccarono violentemente con forze estremamente superiori; l’attacco venne subito stroncato dalla 65° pur con gravi perdite, mentre i mortai e il raggruppamento di artiglieria del col. Aldo Rossi sostenevano con efficacia l’azione degli alpini.
Ma nuove forze greche affluivano incessantemente e la posizione di Muri dovette cedere al mattino malgrado l’estremo valore dei suoi difensori; valgono ad attestarlo le seguenti motivazioni delle due medaglie d’oro conferite per tale glorioso fatto d’arme: al sottotenente Luigi Rendina da L’Aquila «Comandante di un caposaldo avanzato, dopo strenua resistenza, contro ripetuti attacchi nemici, con il presidio ridotto ad un pugno di uomini e con le armi inefficienti, veniva circondato da forze soverchianti. Invitato ad arrendersi rispondeva che «gli Alpini del “Feltre”, alla resa preferivano la morte». Uscito quindi all’aperto, si slanciava scaricando la pistola sul nemico sbalordito da così alto eroismo; mortalmente ferito rifiutava l’aiuto dei pochi alpini superstiti e li invitava alla resistenza. Fulgido esempio di amor patrio e di coraggio; si univa da prode, nel sacrificio supremo, al padre caduto nella guerra
1915-18. Vendrescia (fronte greco), 13 febbraio 1941». L’altra massima ricompensa venne conferita al caporalmaggiore Solideo D’Incau da Sovramonte di Belluno: «Comandante di squadra mitraglieri a presidiò di una posizione avanzata attaccata da soverchianti forze nemiche e battuta da violento fuoco di artiglieria e mortai, visto cadere il suo ufficiale, non desisteva dal falciare, con la sua arma, il nemico valorosamente ribattuto: veniva così circondato dal nemico stesso ed invitato ad arrendersi. Benché ferito alla testa, rifiutava la resa e persisteva nella lotta accanita. Sopraffatto, prima di cadere nelle mani degli avversari, in un supremo atto di virile prontezza, smontava la mitragliatrice e la rendeva inservibile al nemico. Fatto prigioniero e volendo il nemico costringerlo a rimontare l’arma, preferiva la morte a tanta ignominia, cadendo trafitto da colpi di baionetta vibratigli con selvaggio furore dall’avversario. Fulgido esempio di alto senso del dovere, di profondo amore alla Patria, di sublime sacrificio. Vendrescia (fronte greco), 13 febbraio 1941».
Fatti prigionieri i superstiti, i greci non riuscirono a conseguire ulteriori progressi, venendo inchiodati dalla furibonda reazione della 65° e dai tiri della nostra artiglieria; nel pomeriggio, con l’intervento anche di elementi della 66° compagnia, gli alpini scattarono contro il nemico (un alpino stanco contro sette greci) ponendolo in fuga e riconquistando le posizioni di Muri.
Durante gli assalti degli alpini, duramente contrastati, cadde tra gli altri il sottotenente Vittorino Zambon da Padova, comandante degli arditi del «Feltre» e che venne decorato di medaglia d’oro con la seguente motivazione: «Comandante volontario di plotone arditi, febbricitante da più giorni, rifiutava di recarsi all’ospedale, desiderando partecipare ad una azione contro munita posizione nemica, sistemata su aspra quota montana. Per due volte alla testa del suo reparto attaccava a bombe a mano e baionetta, e benché ripetutamente ferito, raggiungeva, dopo sanguinoso a corpo a corpo, la vetta duramente contesa, sulla quale spiegava al vento un drappo tricolore, segretamente custodito sotto la giubba. Contrattaccato da forze soverchianti, ferito una terza volta al petto, continuava a lottare con leonina, indomabile energia, alla testa dei suoi eroici alpini, finché, colpito mortalmente, scagliava, in un supremo sforzo, il suo elmetto insanguinato contro l’avversario irrompente, precipitando poi col tricolore in pugno in un sottostante burrone. Altissimo esempio di coscienti, eccezionali virtù militari e di ardentissimo amor patrio. Quota 729 di Selanj (fronte greco), 9 marzo 1941».
Il battaglione serrava intanto - lo stesso 9 marzo - sotto la cima dello Spadarit recinta da tre ordini di reticolati; il nemico reagì subitamente all’inizio dell’attacco mediante un fuoco terrorizzante, ma gli alpini continuarono ugualmente a farsi avanti e, pur sopportando sensibili perdite, pervennero alla cima superando gli sbarramenti di reticolati e catturando un ufficiale, cinquanta soldati e numerose armi.
I greci contrattaccarono ancora rabbiosamente, quasi incuranti dei larghi vuoti che si aprivano nelle sue file, e frequenti furono i corpo a corpo condotti con eroica disperazione da entrambe le parti.
Quasi tutti gli ufficiali alpini caddero nella dura serie di scontri succedutisi il 10 marzo; tra tanti eroi, vanno citati i seguenti ai quali venne conferita la m.o. alla memoria:
Il tenente Silvano Buffa da Trieste: «Durante l’attacco di una munitissima posizione nemica, essendo rimasto ferito il comandante di compagnia, assumeva arditamente il comando del reparto e dava costante prova di calma, fermezza, capacità ed indomito valore, riuscendo col suo esempio trascinatore a condurre i suoi uomini sino alla vetta violentemente contrastata dall’avversario. Giunto valorosamente fra i primi sull’obbiettivo e colpito mortalmente, riusciva, dimentico del suo stato, ad impartire gli ordini per l’ulteriore proseguimento dell’azione. Nell’affidare poi ad altro ufficiale il comando della compagnia, ordinava al suo portaordini di comunicare al superiore Comando che egli aveva assolto in pieno il proprio dovere ed era riuscito a raggiungere la difficile meta. Chiudeva la sua nobile esistenza ai grido di «Viva l’Italia». Mali Spadarit (fronte greco), 10 marzo 1941».
Medaglia d’oro infine al sottotenente Pietro Colobini da Gorizia:
«Comandante di un plotone fucilieri, malgrado forti ferite, guidava il reparto all’attacco di una munita posizione, con indomito spirito aggressivo. Giunto in prossimità delle posizioni nemiche, preparava i suoi uomini all’assalto finale incitandoli a serrarsi attorno a lui e slanciarsi avanti per l’ultimo sbalzo, intonava un canto guerriero. Davanti ai reticolati ancora nell’ordinare i suoi alpini di svellere i picchetti - non molto solidi - con le mani, dandone l’esempio, rimaneva gravemente ferito una prima volta. Si aggrappava allora ai reticolati e continuando ad incitare i suoi uomini lanciava invettive contro il nemico riparato nelle trincee, invitandolo a combattere all’aperto finché colpito una seconda volta mortalmente, riusciva ancora a gridare che la vittoria era ormai dei suoi alpini. Malj (fronte greco), 10 marzo 1941».
I resti del «Feltre» (tra cui quelli della 64° il cui comando venne assunto dal sergente trevigiano Pizzolotto, essendo rimasta priva di ufficiali) resistettero ancora - per tutto il giorno - con leggendario valore sperando nell’arrivo di rinforzi che però non giunsero; alla sera non rimase che ripiegare sulle posizioni di partenza.
I superstiti del «Feltre» non ebbero tregua nemmeno nei giorni successivi a causa del continuo martellamento del fuoco nemico; finalmente, pochi giorni di riposo prima di ritornare sulla destra dell’Osum.
Trasferito per altro incarico, il bravo magg. Scaramuzza era stato interinalmente sostituito nel comando - dopo l’8 marzo - dal capitano Vignini, poi dal magg. Castagnero e quindi dal magg. Perrone e, per un giorno, dal cap. Baseggio, finché giunse il 2 aprile il nuovo comandante ten. col. Aquilino Guindani.
In relazione a movimenti nemici in Val Tomorizza, il «Feltre» si spostò a quota 2029 del Tomori e il col. Guindani predispose un accurato piano operativo che non si rese necessario attuare in quanto l’avanzata italiana era ormai decisamente intrapresa.
Il 13 aprile anche il «Feltre» balzò in avanti col resto del reggimento e della «Pusteria», passando per quota 1053, quota 1044, case di quota 1100 e Mollas; il giorno dopo proseguì per Cerevoda, il 15 aprile raggiunse la zona di Koprenska, poi
- fino al 18 - Chessiberit, Mician, Frasheri, il 19 Erseka. Il 21 aprile il battaglione riprese sulla direttrice Borova, Androlica, Arete, Passo a nord di monte Kammenik, Lubra, Nearandos, Zenista, Nicolaros, ovest di Konitza; il giorno 23 giunse a Strazzani - dove arrivò la notizia della resa dei greci - e il 24 aprile si stabilì a Kukes.
La Medaglia d’Argento ai valore militare - conferita alla bandiera del reggimento per l’opera eroica del battaglione «Feltre» - venne a riassumere lo spirito di sacrificio di questo battaglione sempre tanto provato ma mai domo; eccone la motivazione:
«Già decorato di due medaglie d’argento al valore militare, in cinque mesi di guerra italo-greca, in prolungate privazioni, in numerosi accaniti combattimenti di ogni genere durati anche più giorni consecutivi, con gravissime perdite proprie e sempre più gravi perdite nemiche, rifulse costantemente per sovrumano spirito di sacrificio, indomito valore dell’attacco, per strenua resistenza nella difesa contro nemico sempre soverchiante di forze e di mezzi, confermando ancora una volta le sue elette tradizioni di virtù militari, di grande eroismo, di amore alla gloria, di dedizione assoluta al culto del dovere e della Patria. (Fronte greco-albanese, 24 novembre 1940 - 23 aprile 1941)».

(continua)