69a ADUNATA NAZIONALE: UDINE


Giugno 1996

UN OSSERVATORIO PRIVILEGIATO

A margine della sfilata.

Ero seduto sulla panca di un bar di viale Ledra con alcuni alpini di Valdobbiadene, in attesa d'inquadrarmi per la sfilata, quando ho scorso un “vecio alpin”, altèro ed austèro del cappello che portava.
Ho ancora negli occhi quel “vecio”; l'ho rivisto durante la sfilata reggersi a malapena aiutandosi con un bastone, e le scarpe che portava erano troppo larghe per mantenere il passo con i “bocia”.
Ho però visto cose grandi in quel vecchio alpino: aveva una fierezza senza eguali e camminava, seppur a stento, tenendo la testa alta ed il braccio quasi a ritmo di marcia.
Ogni tanto portava la mano sul cappello alpino per assicurarsi di averlo ancora.
Il vecchio alpino era là, dietro a tutti, però era quello che attirava l'attenzione di tutta la gente che, oltre le transenne, assisteva al passaggio del fiume di penne nere che ha gonfiato Udine, lungo le strade dello sterminato corteo, per nove lunghe ore.
Non si erano mai visti tanti alpini, a memoria di storia delle annuali adunate dell'ANA..
Sfilavano alpini “veci” e “bocia”, tutti sì con i cappelli in testa, però non tutti con il “cappello alpino”.
Tanti i cappelli inadeguati, alcuni potevano avere strane sembianze ma non essere capelli d'alpino, altri apparivano imitazioni; tutti cappelli che, dopo mesi di naja, non dovrebbero neppure comparire. Finita la sfilata ho rivisto il vecchio alpino e, seduti su una panca di un chiosco di via Aquileia, davanti a due bicchieri di vino, ho potuto parlare con lui.
Un velo di amarezza gli si leggeva negli occhi.
Mi ha parlato dei suoi ricordi di guerra e di pace e, alla fine, si è sfogato con me. Aveva anche lui notato come alcuni alpini non hanno rispetto per il loro “ufficiale copricapo”, che doveva esser per loro simbolo e bandiera.
Ho notato che, parlando, il vecchio alpino non smetteva di accarezzare amorevolmente il suo vecchio cappello con su soltanto la penna ormai quasi spennacchiata, con il simbolo del reparto cui era appartenuto e la medaglia dell'adunata appena finita, e continuava dicendo: - “Non portavamo il cappello alpino per farsi notare, lo portavamo orgogliosi di essere appartenuti al “corpo degli alpini” -.
Vistomi il cartellino “servizio stampa dell'adunata” mi ha pregato: - “Se ti capitasse di scrivere qualche cosa, ricorda a tutti gli alpini, giovani e non, di portare il cappello alpino con dignità e orgoglio; ma soprattutto senza inutili fronzoli segno di cattivo gusto, ma così, semplicemente come tanti anni fa è stato ideato e a loro consegnato”-.
Eccoti accontentato “vecio alpin”; ho mantenuto la promessa che allora ti ho fatto e dico a tutti gli alpini della nostra Sezione: - “Meditate quanto quel vecchio alpino ha detto e cercate in ogni occasione di portare il vostro cappello come lui vorrebbe” -. E a Te “vecio”, voglia Dio di farmi vedere a Reggio Emilia, tra la marea di cappelli alpini che sfilano, un “cappello” più basso degli altri, un po' più brancolante come se non potesse, chi lo porta, tenere il passo, il Tuo.

biesse


Il nostro Nicola Stefani ha avuto l'onore di far parte del gruppo di speaker che hanno commentato la sfilata di Udine. Le sue impressioni....
Ho partecipato già in altre occasioni alla Adunata Nazionale degli Alpini ma questa, devo proprio dire, è stata eccezionale. Uno spettacolo entusiasmante e rigenerante che sprona ancor più l'impegno civile e sociale.
Prima civile perché:
parlare oggi di impegno civile è quantomeno fuori moda, si vien tacciati di retorica, militarismo, statalismo e chi più ne ha più ne metta.
Eppure vedere sfilare per ore e ore blocchi monolitici di Alpini, orgogliosi e impettiti inquadrati come delle coorti romane, interrotti, nel loro uniforme - monotono per forme e colori - fluire, solo da degli striscioni anch'essi altrettanto pacati quanto significativi, non può non suscitare “buoni sentimenti”. Non può non incitare l'animo e la coscienza a risvegliarsi per reclamare certezza, giustizia, coerenza nelle professioni di idee e non ultimo maggior rispetto per la storia di un popolo.
Gli Alpini che sfilano sembrano monotoni, uguali uno all'altro, le sezioni si susseguono sen a particolari trovate che le caratterizzano, le fanfare suonano sempre la stessa musica, eppure lo spettacolo è straordinariamente ricco.
Sfilano, ma questa volta dentro ogni Alpino, dentro ogni sezione, la Storia!
I fatti d'arme leggendari, gli eroismi sovrumani, le risate delle notti al campo, le birbantate per far fesso il tenente, i baci d'amore, le albe e i tramonti scanditi da una bandiera che da la certezza del proprio dovere. Sfilano i paesi, le borgate, le valli, sfilano i “veci”, i “bocia”, sfilano le tradizioni di tutte le contrade d'Italia.
Credo che i politici presenti in tribuna d'onore abbiano percepito tutto questo. Non avranno colto le istanze di questa gente, ma sicuramente avranno colto la loro potenzialità. L'avranno guardata come la volpe guarda l'uva, con lo stesso inconfessabile desiderio di averla tra le mani.
La delegazione russo-ucraina, mi stava davanti all'altro lato della strada. Uomini e donne della periferia dell'impero dove le novità arrivano dopo qualche anno, non solo nel taglio dei capelli o dell'abbigliamento, ma anche elle idee. Loro guardano passare gli Alpini come se assistessero ad una parata militare, la loro concezione dello Stato li porta ad immaginare che sia una parata di riservasti, qualcosa come “aratro o industria e moschetto”. Il sindaco di Rossosch (più russo di tutti, grande, bianco di capelli, rosso di viso con mani enormi, abito anni 50 e cravatta rossa d'ordinanza) più volte si sporge dalla tribuna per vedere dove finisce questo serpentone di Alpini... ma questi non,finiscono mai.
Non finiscono mai perché - ed ecco il secondo stimolo - qui l'impegno sociale è realtà, è un dato di fatto incontestabile, testimoniato anche dalla medaglia al valor civile Concessa al Labaro Nazionale per il soccorro prestato in Piemonte. Qui non c'è nessuno che è obbligato a partecipare o a dare o a fare. Qui sono i sentimenti di solidarietà, di amicizia e di fratellanza che.fungono da cemento di tanta gente.
Passa la Protezione Civile con le tute arancio. Passano striscioni che inneggiano alla donazione. Si elencano opere di solidarietà veramente benemerite..., uno pensa: “ma chi da le idee a questi quattro buzzurri avvinazzati, ma dove trovano i soldi per fare questo e quello ... ?!”
I misteri dell'animo umano sono infiniti...

I nostri vecchi ci hanno insegnato ad essere concreti. Speriamo di tenere sempre duro perché guardando la sfilata, da dove mi trovavo io, ho capito che siamo gente sana che fa onore all'uomo come “species” ('fatti non foste per vivere come bruti”) ma che non fa notizia, non è eclatante... siamo troppo normali.
Sembra un paradosso ma è così, in un mondo assetato di novità (dove novità sta non per qualsiasi cosa che crei semplice emozione, ma l'affare, il business dell'emozione) noi siamo lo zoccolo duro della normalità, dell'amor patrio e delle scarpe grosse.
Lo abbiamo dimostrato ancora una volta nel corso di questa adunata, che tutti giornalisti, politici, politologi, commentatori - davano come la più calda, polemica e dirompente di tutte ... e invece NO!
La Patria resta una e indivisibile... Le Truppe Alpine se le vogliono togliere, facciano, noi possiamo solo obbedire.... salvo poi votare!... La mamma ed il casolare restano al pi-imo posto nel nostro cuore... riconfermiamo che noi ricorderemo i morti aiutando i vivi.
Rincasato, ho pensato che tutto quanto sopra non sono né luoghi comuni, né retorica, e che noi dobbiamo tener duro.