GRUPPO SAN PIETRO DI FELETTO


Dicembre 1986

CINQUANT’ANNI DI VITA ALPINA
del GRUPPO di SAN PIETRO DI FELETTO
Donati alle Scuole Medie un lungo pennone e la bandiera


Mons. Antoniazzi benedice il gagliardetto (1935) portato
dalla madrina signora Giuseppina Molena Bianchi.


Il corteo lungo le vie del paese.


Un momento della Messa; si notano la Banda di S. Pietro
e la Fanfara della "Cadore"


sindaco avv. Bazzo, il presidente sezionale prof. Vallomy e
il capogruppo Piccin dopo i discorsi.

Prima di iniziare la cronaca delle due giornate di festa, che gli alpini del gruppo di San Pietro di Feletto vollero realizzare, il 24 e 25 maggio, — dopo una lunga e faticosa preparazione, con l’intento di soddisfare tutti coloro che avrebbero fatto onore alle solennità, presenziando —mi sia consentito riportare alcuni brevi cenni storici che ritengo interessantissimi e che lo studioso don Nino Faldon ha scritto nella sua meravigliosa pubblicazione “Rua di Feletto”.


In antico la via che da Conegliano porta a S. Pietro di Feletto, era quella che partendo dal Castello di Conegliano, per la stretta porta di Ser Belle così chiamata da Corradino Bello Della Porta (1313) Console della Magnifica Comunità nel 1291 - procede verso Costa e la Guizza il percorso appunto oggi battezzato “Strada del Prosecco“ e che tran sita per la zona dei colli dolci e armoniosi del Feletto.
Chi osserva il paesaggio che intenerì l’animo sensibile di Giambattista Cima di Conegliano - tanto che lo profuse di continuo nei suoi quadri, con mano pulita, con profumo delicato e con sfuma ture campestri: proprio come fece con il castello della sua città - prova serenità, pensieri di pace, e desiderio e gioia di soffermarsi alquanto a contemplare e a meditare.
I severi boschi di castagni veramente imponenti, che lungo le strade ed i sentieri formavano interminabili gallerie con ombre tanto dense da incutere timore ai viandanti, accesero la fantasia di molti, e nacquero così leggende, tradizioni popolari, piene di mistero, che i più vecchi ancora raccontano.
Anche le interessanti grotte e spelonche, dette dagli abitanti “le bore’ che in numero notevole si aprono tra gli agglomerati calcarei del sottosuolo, hanno certamente concorso a fare del sito un caratteristico ambiente di favola. Però esse hanno in ogni tempo, spinto i ragazzi a cercare l’avventura di cammini verticali ed orizzontali nelle viscere della terra, insegnando l’ardimento e l’audacia.
Al tempo in cui si faceva l’unità d’Italia, il mazziniano Innocente Pittoni di Conegliano (1833-1870) radunava in queste spelonche i giovani più volenterosi di tutte la plaga.
E’ all’epoca napoleonica che il Feletto si stacca da Conegliano, diviene Deputazione comunale e prende quindi consistenza S. Pietro di Feletto.
Anticamente e quasi fino ai nostri giorni, due furono i prodotti locali più notevoli, i legnami ed il vino. Molte sono le citazioni a tale proposito,.. è riportata la Ducale di Francesco Dandolo ai Rettori, Consoli del Comune di Conegliano in data 18 maggio 1336 dove si dice che “sia permesso a Francesco Dal Lago, cittadino veneziano, di poter liberamente estrarre il suo legname ai boschi coneglianesi (Feletto) e condurlo a Venezia nonostante sia scorso il termine concessogli per estrarre detto legname
Il vino poi, veramente pregiato, detto nel medioevo vino dei monti o del Feletto, fu chiesto continuamente per la mensa dei Dogi, dei re di Boemia e di Polonia, ed i mercanti tedeschi, che commerciavano con Conegliano, ne esportavano sempre in notevole quantità nelle terre del settentrione... Giuseppe Baseggio, nell’aprile 1703, assicura che “... il prodotto del territorio medesimo consiste più di vino che di biave, e quando esso prodotto va esente dalla malanna di tempeste supplisce il mantenimento di tutto l’anno e sopravvanzando anco..."
Da allora, nel Feletto, predomina la produzione del "prosecco" tipico vino di Conegliano oggi in commercio.
Neppure d’inverno s ‘addormentava quassù, del tutto, la natura.
Anzi, proprio con il freddo, fioriva nel bosco uno splendido fiore: “la rosa di Natale o elleboreo “. Oggi, gli esemplari sono assai ridotti di numero. mostri vecchi ignari di termini scientifici ed eleganti - hanno battezzato questo con nome assai più umile: si sono accontentati di chiamarle “cernevài”.
Un incantevole paradiso terrestre!
Ecco il cuore di Rua di Feletto nella prima metà del Seicento, quando questo nome non era ancora risuonato quassù, tra i monti ed assai significativi della toponomastica del Feletto: in tutto cinque o sei case.
Non sono pochi quelli che anche attualmente hanno un podere con una villa, fra queste si conta anche quella del patriarca di Venezia.
Papa Giovanni XXIII, quand’era cardinale patriarca della città di San Marco, si portava sempre volentieri alla sua villa rustica di San Pietro di Feletto, la sua venuta in quei luoghi è oggi ricordata da un grazioso monumento posto all’inizio di via Roncalli e da una lapide collocata sulle pareti dell’antica Pieve. In questa chiesa, tanto suggestiva quanto per la sua storia, il buon patriarca s’era più volte raccolto in devota preghiera. L’antichissima chiesa di San Pietro divenne a causa di un terremoto tomba per molti: infatti la mattina della festività di S. Pietro, 29 giugno 1873, all’inizio della S. Messa, ore 4.59, la chiesa fu investita da un forte scossone che si prolungò per quindici secondi. Fu davvero un disastro: 38 morti rimasero vittime nel crollo, molti i feriti, di cui alcuni gravi.
Il 1 settembre 1888 preceduta da un terribile temporale, una spaventosa grandinata, grossa, fitta, violenta desolava interamente i vigneti, il granoturco, la frutta, l’erba, tutto insomma, lasciando dietro di sé lo spettro della miseria più squallida e della fame: la desolazione fu enorme. La commissione municipale inviò a tutti i Comuni d’Italia un ‘accorata lettera per chiedere comprensione ed aiuto.


Le manifestazioni che, come dicevo all’inizio, le penne nere di S. Pietro vollero mettere a punto nel miglior dei modi, non solo per ben figurare, ma soprattutto per lasciare un profondo segno nel cuore e nella mente degli alpini convenuti e dell’intera popolazione, in particolare dei più giovani, in coerenza con la funzione storica dell’A.N.A., rivolta a quelle opere sociali e patriottiche, umanitarie ed ecologiche.
Infatti, celebrando le nozze d’oro della costituzione del gruppo e il suo 25° di rifondazinne, gli alpini hanno voluto donare alla nuova scuola media del capoluogo un grande pennone alzabandiera con il Tricolore.
Tutte le cerimonie si sono svolte a Rua di Feletto, piccolo e grazioso paese collinare, a 226 m. sul livello del mare —, di fronte alla vecchia residenza dei Camaldolesi oggi palazzo del Comune divenuto centro commerciale fin dal 1830, e in tale epoca sede parrocchiale, per maggior comodità dei fedeli sul Colle Capriolo — chiesa di S. Maria Assunta dell’Eremo Camoldolese, soppresso dalle leggi di Napoleone del 1 giugno 1806.
Le manifestazioni hanno avuto inizio la sera di sabato 24 maggio, con l’esibizione del conosciutissimo ed affermato coro “Stella Alpina” di Treviso.
Son 37 anni dal 1949 che il Coro canta nel trevigiano, in Italia e nei mondo, le cante della nostra terra e di quelle di tanti altri popoli, di una diversa cultura, portando un messaggio di amicizia, di pace, di cordialità e serenità. Esso esprime, con un vastissimo repertorio, di sicura musica corale, sentimenti nostalgici, di vera gioia, di amore, di crucci e dolori anche, nel concetto reale della sensibilità umana, nella ricerca di incontri che portano miglioramenti a chi canta e a chi ascolta.
Il Coro “Stella Alpina” è diretto, con indubbia capacità professionale, da oltre 28 anni, dal maestro comm. Pietro Pagnin, ed ha ottenuto riconoscimenti e traguardi prestigiosi, e registrando ben otto dischi, per trasmettere quelle che sono e resteranno: voci amiche,
Il numeroso pubblico presente lo ha giustamente gratificato di ripetuti applausi.
La domenica successiva, tutti i partecipanti si sono radunati nell'area antistante il nuovo plesso scolastico della scuole medie, dove si è svolta la cerimonia della consegna del Tricolore - benedetto dall’arciprete don Pietro De Bettin - issato, poi, sull’alto pennone: dono delle penne nere del locale gruppo.
Preceduti dalla fanfara alpina della Brigata “Cadore”, diretta dal serg. magg. Pietro Fornasier ed accompagnata dal mar. capo Fiorello De Poloni e seguiti dalla banda musicale di S. Pietro di Feletto, diretta dal cav. Giovanbattista Zorgno - disposti in corteo - ci siamo portati nel piazzale sito tra la Chiesa e il Municipio, per assistere alla S. Messa celebrata dall’arciprete.
Successivamente, sulla scalinata del palazzo comunale, hanno avuto luogo i vari interventi: dopo il semplice e breve saluto del capogruppo Narciso Piccin, hanno parlato il sindaco avv. Luigi Bazzo, il preside delle scuole medie prof. Giorgio Pegolo, e il rappresentante del consiglio scolastico Adriano De Martin, i quali hanno espresso parole di elogio e di apprezzamento alle penne nere, per la riconferma delle loro iniziative, rivolte al bene sociale, coinvolgendo gradevolmente la popolazione; infine dulcis in fondo - il presidente della sezione prof. Giacomo Vallomy ha tenuto il discorso ufficiale, e come è sua consuetudine - che da sempre è di nostro compiacimento ha messo, tra l’altro, in evidenza lo spirito di responsabilità del capogruppo Piccin e in particolare del suo instancabile segretario Angelo Miraval, il quale è stato il maggiore artefice dell’organizzazione, e di tutti i suoi collaboratori; e ha, inoltre, sottolineato - con un linguaggio pacato ma estremamente chiaro - la necessità prioritaria di realizzare opere a livello sociale-umanitario, ed ecologico, nella ricerca costante di salvaguardia e difesa della bellezza e purezza dell’ambiente, anche in un contesto particolare locale: il Felettano, è tanto caro non solo ai suoi abitanti, ma anche ai Coneglianesi e a tutti coloro che amano la natura incontaminata, l’aria sana e pura, fonte di vita dell’uomo.
E' seguita la consegna degli attestati di benemerenza, a nome del gruppo, da parte delle autorità: alla madrina della fondazione del gruppo signora Giuseppina Milena Bianchi, all’avv. Francesco Travaini, al cav. Giovanni Ceschin, al cav. Tullio De Vido, a Giacomo Rosolen, a Narciso Bozzon e a Orfeo Ceschin, partecipi alla costituzione e ricostituzione del gruppo.
Oltre alle autorità sopraccennate, erano presenti: il sindaco di Conegliano rag. Flavio Silvestrin; l’ex sindaco di Conegliano dr. Pietro Giubilato; l’avvocato magg. Giovanni Bianchin; la giovane attuale madrina signora Paola Roberti; il cap. Mario Paganica in rappresentanza del gen. Mocchi comandante della Brigata Alpina “Cadore” impegnato in una riunione a Milano ma che, nello stesso pomeriggio, ha voluto portare il suo personale saluto, intrattenendosi cordialmente ed allegramente, tra un bicchiere e l’altro di buon prosecco, con gli alpini del Felettano: i cavalieri di Vittorio Veneto Rambaldo Pol, Tullio Dalto, Angelo Ceschin e Gioacchino Tonon; i corazzieri, simpatici “fratelloni” (di oltre due metri) cavalieri Mario e Enrico Dell’Antonia; alcuni bersaglieri con le vecchie biciclette; numerosi alunni della scuola media e delle scuole elementari, accompagnati da alcuni loro insegnanti, con il labaro e la bandiera; un discreto numero di dirigenti sezionali e alpini rappresentanti dei nostri gruppi (anche se in concomitanza c’erano altre manifestazioni).
Oltre al nostro Vessillo, portato dal sempre presente Cav. Uff. Mario Longhino c’erano il labaro del Comune di S. Pietro portato da Angelo Miraval, dell’associazione Combattenti e Reduci e Artiglieri d’Italia di S. Pietro; i gagliardetti dei gruppi alpini: Spert di Alpago (sez. Belluno), Barbisano, Bibano-Godega, Colfosco, Collalbrigo, Conegliano-città, M.O. Pietro Maset, Corbanese, Falzè di Piave, Fontigo, Mareno di Piave, Ogliano, Parè, Pieve di Soligo, Refrontolo, Santa Lucia di Piave, San Pior, Santa Maria San Michele di Feletto, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Sernaglia della Battaglia, Solighetto, Vazzola.
Prima del “rancio”, diretto dall’alpino Armando Bianco e magistralmente preparato e gentilmente servito dalle signore e signorine “alpine” e soci, la Fanfara della Brigata Alpina “Cadore” si è esibita con la consueta bravura, divertendo, ed ottenendo incondizionati consensi; mentre nel pomeriggio ha suonato la banda di S. Pietro, riscuotendo anch’essa applausi.
A conclusione di questa cronaca, desidero rivolgere, anche a nome del direttivo sezionale, un elogio a tutto il comitato organizzatore, perchè conosco quali sono stati i loro impegni e sacrifici, e perché per maggior parte di loro era la prima grande esperienza, mettendocela tutta, con la speranza che tutto filasse per il verso giusto, ma siccome “errare umanum est” e sbagliando s’impara, quei piccoli disguidi che imprevedibilmente sono accaduti ad accentuare una qualche osservazione (sempre con quello spirito fraterno alpino), è servito a formulare propositi per migliorarci. Senza formalizzarci: facciamo poco alla volta, ma bene.
“L’artista è mediocre quando ragiona, invece di sentire”.

NATORE